Viaggio della memoria a Dachau (16-18 aprile 2018)

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Alcune risonanze dei ragazzi della 5^ C Classico che hanno partecipato al viaggio della memoria a Dachau (16-18 aprile 2018), assieme a più di 800 studenti da tutte le scuole superiori di Crema Cremona e Casalmaggiore.

La prima cosa che vede è il cancello in ferro battuto. Poi vuoto, un gigantesco spazio vuoto circondato da un edificio lungo e stretto che si snoda come un serpente. Si sente piccola. E un poco le si stringe il cuore.

Nell’edificio i muri sono spogli e scrostati. Per un istante immagina tutte le persone che hanno toccato quei muri mentre la morte e la disperazione vi incidevano la loro legge. Cartelloni e persone, tante persone, tante voci. Eppure, non riescono a riempire del tutto quel vuoto, non riescono a coprire le storie che ogni crepa di quel maledetto muro cerca di gridare. E un poco le si stringe il cuore.

Cammina come in un sogno, un po’ spaesata. Si guarda intorno e non capisce bene cosa dovrebbe provare, cosa dovrebbe pensare. Un piede davanti all’altro, chissà che cosa sta calpestando. O chi. Sente che potrebbe, anzi, che dovrebbe fare qualche riflessione profonda. Ma non sa cosa pensare, quindi decide di smettere di farlo. Si china, raccoglie un sasso e lo infila nella tasca dei pantaloni. E un poco le si stringe il cuore.

Di nuovo in un edificio, di nuovo al chiuso. Si riempie gli occhi di immagini, decide che è la cosa più giusta da fare. Vede i forni, vede lo spogliatoio e le docce. Quando il suo sguardo si posa sulla porta della camera a gas, succede. All’improvviso lo sente, è il rumore che fa la vita che si spezza. È doloroso e assordante, si ferma e aspetta che passi. Dura un secondo, un secondo soltanto.

Ora sono in tanti a camminare. Ragazzi vestiti di bianco, intorno un sacco di gente li segue, li guarda li fotografa. Qualcosa le si infila con decisione nel petto e lì si aggrappa. Qualcosa di silenzioso che ruba il respiro. Di scatto si guarda intorno aspettandosi di vederli. Per vederli è in ritardo di un sacco di anni, il tempo li ha resi invisibili anche se non intangibili. Li sente. È una strana sensazione. E un poco le si stringe il cuore. Ma un peso nella tasca dei pantaloni la ancora alla realtà con la forza di una promessa.

(EM)

 

Il viaggio della memoria penso sia un’esperienza da fare nella vita, perché spesso è difficile capire solamente leggendo sui libri o studiando a scuola, ma è necessario vedere e sentire con i propri sensi.

Noi in questo viaggio siamo andati a visitare il campo di Dachau, il primo campo creato dal regime nazista. Ciò che più mi ha colpito di questo è la sua grandezza, le sue dimensioni immense e soprattutto pensare che esistano campi molto più grandi di questo. Mi ha colpito il vuoto, il silenzio, come se tutto fosse in lutto per ciò che lì è stato commesso. 

Fondamentale per me però, più che la visita del campo, è stato sentire la testimonianza del sopravvissuto Riccardo Goruppi

Sentire la storia da chi l’ha vissuta è sicuramente il miglior modo per capirla, come per la testimonianza che abbiamo sentito dalla signora Segre. 

Sapere che queste persone abbiano attraversato cose fuori da qualsiasi limite di umanità e che trovino il coraggio di andare avanti e soprattutto di raccontare tutto, è simbolo di una forza talmente grande che non può che emozionare.

(FC)

 

 

… è stata per me un’esperienza molto forte, che sicuramente ricorderò per tutta la vita. Ciò che è rimasto molto impresso nella mia mente è il campo di concentramento; all’interno di esso, quando abbiamo attraversato le camere a gas, credo di essere riuscita davvero a capire cosa potessero provare i detenuti in quel luogo. Anche la cerimonia svoltasi nel campo nel pomeriggio, è stata un’esperienza che mi ha molto colpita. Durante la lettura dei nomi di tutti i cremonesi detenuti e morti a Dachau, infatti, sono stata assalita da un gran senso di tristezza e commozione. Ho trovato questa esperienza molto utile per poter comprendere nel migliore dei modi quanto si studia sui libri. 

(LB)

Lo ammetto. Prima di questo viaggio avevo la presunzione di sapere già cosa avrei visto, provato, sentito. Credevo di sapere già tutto e invece mi sbagliavo. Non basta aver studiato le leggi razziali, i campi di sterminio, il genocidio, Non basta prendere le distanze e vergognarsi per la paura del diverso, per l’esclusione, la discriminazione e l’eliminiazione di intere categorie di persone (ebrei, oppositori politici, disabili, omosessuali, zingari). Non basta immaginarsi gli esperimenti, l’orrore, l’odio irrazionale, l’indifferenza di chi sapeva. Non basta neppure ricordare il 27 gennaio come ricorrenza internazionale istituita per riflettere. Bisogna andare e vedere. Anche se a Dachau non ho trovato morte nel campo, nè adunate in cortile, nè gente magrissima al lavoro, non è stato difficile immaginare. Si vedeva ovunque il doloroso passato. La testimonianza di RIccardo Goruppi mi ha trasportato nel suo drammatico vissuto e, il giorno successivo, la visita al campo è stata come un pugno nello stomaco. Non si può dimenticare un passato di disumanità, non si possono dimenticare le vittime, la colpa di pochi, e la responsabilità di molti. Come si fa a non voler vedere? Come si fa a pensare di sapere? Ecco cosa mi è rimasto di questo viaggio: il vero significato della memoria. Dimenticare significa accettare e accettare significa essere responsabili. Nessuno può permettersi di dimenticare, di lasciar svanire il ricordo delle atrocità che i campi hanno causato. Ecco cosa ho capito dopo questo viaggio: bisogna ricordare.

(FP)

Varcare il cancello di ingresso di Dachau ha lasciato il segno. Sicuramente non è il cancello del campo di concentramento più famoso, però passare davanti alla scritta “Arbeit macht frei”, vista così tante volte in televisione, e quella coda di persone quasi in processione in fila per entrare mi ha fatto riflettere molto. Noi siamo entrati trepidanti, con la curiosità di vedere e di conoscere un luogo nuovo che è entrato tristemente nella storia e siamo entrati lì da turisti, e mentre spingevo il pesante cancello, copia dell’originale, percepivo la pesantezza dei deportati costretti a varcare quella stessa soglia e respiravo l’importanza storica di ciò che stavo facendo io nel mio piccolo: mi stavo dichiarando portatore della memoria, mi assumevo, insieme a tutti gli altri studenti lì presenti, la responsabilità di portare avanti il ricordo del più vergognoso scempio nella storia dell’umanità. A prescindere dalle dimensioni della struttura, modeste se paragonate a quelle di altri campi più grandi, ho sentito l’immensità del processo di alienazione dell’essere umano e di distruzione dell’umanità, e vedere di persona i luoghi in cui sono avvenuti quegli eccidi e in cui sono state massacrate centinaia di migliaia di vittime innocenti mi ha fatto comprendere la grandezza di ciò che realmente è stato fatto all’interno di questo campo. 

(AP)

 

“Non odiate”. Sono queste le parole che più mi hanno colpito nella testimonianza di Riccardo Goruppi. Egli ha attraversato l’inferno, ha subito ogni genere di offesa alla dignità umana. Il suo odio nei confronti degli aguzzini sarebbe comprensibile, invece proprio lui chiede a noi di non odiare nessuno. Nei suoi occhi non c’è odio, c’è quella pietà nata quando vide i suoi nemici soffrire, un sentimento Umano che si è fatto posto anche dove l’umanità veniva annientata.

Vedere il campo di Dachau è stata un’esperienza toccante. Quello che più mi ha colpito è stata la vastità del piazzale d’appello, mi sono trovata in un immenso spazio vuoto e la sensazione che avevo era quella di smarrimento, lo stesso che ho sentito entrando -poco tempo dopo- nella camera a gas: una stanzetta bassa e buia, in cui noi oggi possiamo solo immaginare ciò che accadeva. Ho provato a immaginare i suoni che l’hanno abitata: le parole confuse dei deportati e poi il silenzio della loro morte.

Quando ti trovi davanti a cose del genere ti chiedi quanto male è capace di fare l’uomo e hai paura, hai paura di quale potrebbe essere la risposta

(EB)

 

Il viaggio della memoria che ho avuto modo di fare quest’anno, nonostante la sua brevità, per me ha pur sempre rappresentato una piccola maturazione, una più completa consapevolezza della crudeltà di certi insulsi individui nei confronti di altre persone innocenti condannate e rinchiuse in campi di concentramento per essere destinate a morire. Questo viaggio posso dire che sia stato un viaggio all’insegna della riflessione, ed inoltre una delle cose che voglio ricordare è l’amore, cosa molto cara al testimone Riccardo Goruppi che abbiamo incontrato e che ha cercato di sottolineare più volte, condannando l’odio ed il disprezzo, le vere armi che possono trasformarci in crudeli e spietati mostri, come appunto è già successo in passato. Questo viaggio insegna tanto; almeno, per quanto mi riguarda, ho pensato che il nostro attuale mondo è un mondo fatto di disprezzo, anche se non viene espresso più con gli stessi metodi del passato; è proprio l’amore che manca al giorno d’oggi, come è sempre mancato in quei terribili anni caratterizzati da paura ed angoscia.

(LB)

 

Visitare il campo di concentramento di Dachau mi ha permesso di vedere con i miei occhi ciò che avevo visto e studiato solo sui libri. Nel complesso, ciò che più mi ha toccata è stata la testimonianza del reduce Riccardo Goruppi. Trovo che sia un uomo coraggioso e forte, mi ha molto colpita il fatto che ogni anno ritorni nel campo e riporti inevitabilmente alla memoria i ricordi più dolorosi.

(AC)